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Appendix II—
Treatises, Critical and Historical Accounts

1. ANON ., Il corago o veto alcune osservazioni per metter bene in scena le composizioni drammatiche (MS I-Mbe y.F.11), ed. Paolo Fabbri and Angelo Pompilio (Florence, 1983)

a. Primo perché è privo della perfetta imitazione delli affetti e del commun ragionare, perché se bene un'aria allegra significa l'affetto allegro, tuttavia non esprime nel particulare ciascun verso e parola nel modo che si dovrebbe. (p. 60)

b. Per cominciare da personaggi o interloquitori che la rapresentazione armonica pare che più convenevolmente abbracci, sembrano molto a proposito per le azioni profane le deità antiche come Apollo, Teti, Nettuno et altri stimati numi, come anche i semidei et eroi vetusti, massime tra i quali si possono annoverare i fiumi, laghi, massime i più celebri appresso le muse come Peneo, il Tebro, il Trasimeno e sopra tutti quei personaggi che stimiamo essere stati perfetti musici, come Orfeo, Antione e simili. La ragione di tutto questo si è perché vedendo troppo bene ciascuno auditore che almeno nelle parti più conosciute della terra non si parla in musica ma pianamente dalli uomini ordinarii, più si conforma con il concerto che si ha dei personaggi sopra umani il parlar in musica che con il concetto e manifesta notizia delli uomini dozzinali, perché essendo il ragionare armonico più alto, più maestrevole, più dolce e nobile dell'ordinario parlare, si attribuisce per un certo connaturale sentimento ai personaggi che hanno più del sublime e divino. . . .

c. Se noi prendiamo per interlocutori le persone vicine ai nostri tempi e di costumi più manifestamente simili ai nostri, troppo apertamente ci si appresenta subito improbabile et inverisimile quel modo di parlar cantando. (p. 63)

d. Nelle [azioni] ridicole sono a proposito le persone più sciocche e che abbino notabile modo di ragionare con inflessioni plebee e che sono da noi conosciute, perché l'imitazione dei loro modi quanto più si accosta cantando al parlare di quelli, tanto più riesce giocondo et ammirabile. (p. 64)

e. Sopra tutto per esser buon recitante cantando bisognerebbe esser anche buono recitante parlando, onde aviamo veduto che alcuni che hanno avuto particolar grazia in recitare hanno fatto meraviglie quando insieme hanno saputo cantare. Intorno ache alcuni muovono questione se si deva eleggere un musico non cattivo che sia perfetto recitante o pure un musico eccellente ma di poco o nessun talento di recitare, nel che si è toccato con mano che sì come ad alcuni pochi molto intendenti di musica sono più piaciuti l'eccellenti cantori quantunque freddi nel recitamento, così al co[mu]ne del teatro sodisfazione maggiore hanno dato i perfetti istrioni con mediocre voce e perizia musicale. Pertanto dovendo il musico distribuire a proposito le parti e servirsi di tutti a perfezione, procurerà per quanto si mostrerà possibile di imitar li eccellenti cantori ma [mettendo quelli] esangui et in età nel recitare in parti che non siano molto attuosi e che abbino molti ornamenti a torno come in nuvole et altre machine per aria dove non si richiede tanto moto né espressione di atteggiamenti istrionici. (pp. 91-92.)

2. GIULIO STROZZI , Le glorie della signora Anna Renzi romana (Venice: Surian, 1644)

a. L'azzione con la quale si dà l'anima, lo spirito, e l'essere alle cose, deve esser governata dal movimento del corpo, dal gesto, dal volto, e dalla voce, hora innalzandola, hora abbassandola, sdegnandosi, & tornando subito a pacificarsi: una volta parlando in fretta, un'altra adagio, movendo il corpo hor a questa, hor a quella parte, raccogliendo le braccia, e distendendole, ridendo, e piangendo, hor con poca, hora con molta agitatione di mani: la nostra Signora Anna è dotata


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d'una espressione st viva, che paiono le riposte, e i discourse non apprise dalla memoria, ma anti all'hora. In somma ella si trasforma tutta nella persona che rappresenta, e sembra hora una Talia piena di comica allegrezza, hora una Melpomone ricca di Tragica Maestà. . . . Padroneggia la Scena, intende quel che proferisce, e lo proferisce si chiaramente, che non hanno l'orecchie, che desiderare. (p. 6)

b. Hà una lingua sciolta, una pronuntia suave, non affettata, non presta, una voce piena, sonora, non aspra, non roca, ne che ti offenda con la soverchia sottigliezza: il che nasce dal temperamento del petto, e della gola, per la qual buona voce si ricerca molto caldi, che allarghi le vie, e tanto humido, che le intenerisca, e mollifichi. (p. 9)

c. Per questo ella hà il passaggio felice, e 'l trillo gagliardo, doppio, e rinforzato, ed è intervenuto à lei, che ben venti sei volte, con reggier tutto il peso d'un opera, l'hà replicata quasi una sera doppo l'altra, senza perder pur un caratto della sua teatrale, e perfettissima voce. (pp. 9-10)

d. Io hò considerato, oltre la fisonomia, che in lei non mentisce esser vero ancor quello, che per formar un ingegno sublime si ricerca, cioè grande intelletto, molta imaginativa, e bella memoria, come se non fussero queste tre cose contrarie, e non havessero nell'istesso sogetto alcuna naturale oppositione. Dono tutto della cortese natura, che sà, ma radevolte, unir questi tre habiti, quasi in republica, senza la maggioranza dell'uno, o dell'altro. La Signora Anna di temperamento malinconico per adustione hà nel discorso poche parole, mà quelle accorte, sensate, e degne per i suo' bei detti del premio della Lode. (p. 10)

e. Cosi ella và tacitamente osservando le azzioni altrui, e quando poi hà da rapresentarle, aiutata dal sangue, del quale ella è copiosissima, e dalla bile, che se le accende (senza la quale non possono gli huomini intraprender cose grandi) mostra lo spirito, e valor suo appreso con lo studio delle osservationi fatte: Onde ella hà havuto i Cieli molto propitij per renderla d'un ingegno sì riguardevole, e singolare. (pp. 10-11)

3. GIOVAN DOMENICO OTTONELLI , Della cristiana moderatione del theatro (Florence: Bonardi, 1652)

Libro IV, detto l'Ammonizione ai Recitanti, Nora terza: "Delle comedie cantate a nostro tempo, e di quante sorti, e di che qualità si rappresentino" (quoted in Ferdinando Taviani, La commedia dell'arte e la società barocca: La fascinazione del teatro [Rome, 1969], pp. 509-13)

a. Le seconde comedie cantate sono quelle che rappresentano tal volta alcuni gentiluomini, o cittadini virtuosi, o accademici eruditi, secondo la incidenza di qualche buona ragione. (p. 511)

b. La terza sorte delle comedie cantate . . . sono propriamente le mercenarie e dramatiche rappresentazioni musicali, cioè le fatte da que' mercenarii musici che sono comedianti di professione, e che raccolti in una compagnia sono diretti, e governati da un di loro, come principale d'autorità, e capo degli altri. (p. 512)

c. Si sforzano di radunar tanti virtuosi compagni, che la sola compagnia, composta di mercenarii comici professori, basti a condurre l'impresa, senza la necessità di chiamar per aiutanti altri cantori o sonatori: e sortiscono qualche volta l'intento, e qualche volta no. E quando nol sortiscono, non s'abbandonano; ma sen vanno con la compagnia, almeno cominciata, ad una principal città; . . . [e] fanno pratica per sapere, se prima non sanno, che cantore e sonatore sia nella città, o secolare, o ecclesiastico, o religioso, che possa essere invitato con premio, overo pregato con affetto, et anche tal volta quasi sforzato col mezzo d'intercessori grandi, ad accettar una, o più parti di musico aiutante in publico teatro, per compir il numero sufficiente a far udir, veder, e gustar il drama, o la comedia musicale al popolo uditore, e spettatore. (p. 512)

4. LEONE ALLACCI , Drammaturgia di Leone Allacci divisa in sette indici (Rome: Mascardi, 1666)

Avviene per tanto che doppo lette, [le opere dramatiche] si reiettano, e non se ne fa più conto di loro, così per le sciocchezze, che d'ordinario in molte si scorgono, onde vengono a perdersi gli esemplari, & oscurarsi non solo le memorie di chi, con suo grande scomodo, e curioso studio si


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procurò qualche nome, ma delle patrie, e delle famiglie: come per essere al parere di qualcheduna in non poca parte tolte dalle antiche, e non variarsi l'una dall'altra nella inventione, e nel soggetto, e non intervenendo ritrovi novi, sono perciò venute a tanta noia, che come si sente nell'argumento, che in presa di Città, o sacco si sono smarritti bambini, o fanciulli, fanno conto di haverlo gia lette, e volentieri s'astengono di vederle, conoscendo chiaramente come diceva il Burchiello esser rappezzi di panni vecchi, stiracchiate, e rubacchiate di quà e là, per non haver via ne verso, ne capo, ne coda. (preface)

5. CRISTOFORO IVANOVICH , Poesie (Venice: Catani, 1675)

Letter to Giovanni Maria Pagliardi, 26 June 1673, transcribed in Quellentexte zur Konzeption der europäischen Oper im 17. Jahrhundert , ed. Heinz Becker (Kassel, 1981), 63-64

a. Hanno scelto per il venturo Carnevale il mio Lismaco i Sig. Conduttori del Teatro de' SS Gio. e Paolo. . . . Riceverà dunque ella in copia il Drama sudetto, qual prego sia letto per gentilezza, e riletto per grazia; a finche osservato con attenzione si renda più famigliare alle sue erudite note, essendo mira universale di far cosa da riuscire; giache il benefizio del tempo somministra i rimedij giovevoli. . . . Osserverà Ella, che l'Invenzione hà per fondamento una Storia famosa, che forma azioni Eroiche con un'amoroso patetico. Lo stile hò procurato facile, ed espressivo, l'ariette con qualche spirito, ma naturale. Mi spiacerebbe la sua lontananza, se la sua esperimentata Intelligenza non mi promettesse quel frutto, che maturarebbe una personale comunicazione; mentre saprà distinguer i sensi, comprender gli affetti, ed esprimere la loro forza. Hò frammesso qualche numero d'ariette da me stimato proprio al bisogno, compartito alle parti, che spero avranno occasione i Musici di farsi onore. Hò adoperata varietà di metri; a finche campeggiano nella loro bizzarria gli andamenti della sua musica, e se vi sarà cosa, che non le piaccia, si contenti darmi avviso per potervi rimediare. Nelle parti amorose vi sono sparsi alcuni lamenti, a' quali sarà dirizzata principalmente la curiosità, ed io gli hò maneggiati con qualche forma nuova, che potrà dilettare.

b. Se poi ritrovasse qualche affetto nel recitativo, che si possa ridurre in una cavata, non tralasci di farlo, che vien gradito qualche risalto improviso. Intorno poi al numero delle ariette, da farsi con le Sinfonie, si rimette alla sua discrezione con mira alla brevità tanto; quì desiderata. In somma il Genio di questa Città inclina, che l'Eroico sia grave, ma vivace, il patetico non soverchiamente languido, ed il giocoso tutto brio; ma facile. Condoni V. S. la libertà di queste mie riflessioni dettatemi dal zelo del ben comune. Suppongo, che riceverà la lista de' musici, per adattare all'abilità delle loro voci la musica, in ciò consistendo la maggior importanza. Con l'onore delle sue umanissime attendo pure i suoi liberi sensi intorno al Drama per ricavare motivi di qualche perfezione.

6. IVANOVICH , "Le memorie teatrali di Venezia," in Minerva al tavolino (Venice: Pezzana, 1681)

a. Dedication: Mostra l'Autore d'avere scritte le Memorie Teatrali di Venezia, col fondamento delle Glorie Grimane, i di cui Teatri sono ammirati dal Mondo tutto. ([p. 363])

b. Hò maggiore [ragione] di reverire V.V.E.E. per i veri Apolli, se con la magnificenza de '1 oro Teatri, con la generosa profusione dell'oro fanno sentire i più elevati metri e le più isquisite voci. ([p. 363])

c. Con i lumi delle vostre Glorie hò formato la chiarezza all'opera; poiche il fregio maggiore nasce dal genio Eroico di V.V.E.E. e de' vostri gran progenitori, per opera de' quali si rinovò a' tempi nostri in questa inclita Città, la sontuosità di più Teatri, punto non inferiore à quella, che in Roma ostentarono i Marcelli, ed i Pompei. ([p. 364])

d. Capitolo I: Non vi fù mai alcuna Republica nel Mondo, che meglio superasse tutte le altre Republiche, che quella di Roma; nè alcun'altra, che meglio imitasse questa, che la Republica di Venezia. (p. 369)


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e. [I trattenimenti Carnovaleschi di Venezia] sono oggetti di sopraffina Politica, da' quali dipende la felicità del governo, l'abbondanza, ed i giuochi, mediante i quali usati à misura del l'onesto, s'acquista il Prencipe l'amore de' Popoli, che mai meglio si scordano del giogo, che satollati ò trattenuti ne' piaceri.

La Plebe quando non hà che da rodere, rode la Fama del Prencipe, e quando non hà trattenimenti, può coll'ozio facilmente degenerare ne' disegni di pessime consequenze. (pp. 370-71)

f. Principiano le prove dell'Opere in Musica prima nelle Case de' Cavalieri Protettori, ò interessati de' Teatri, e poi sulle Scene, con curiosità delle voci novelle, che poi si godono con genio in tempo di publica Comparsa. (p. 377)

g. Primi sono i Teatri di Musica i principio con una pompa, e splendore incredibile, punto non inferiore à quanto si pratica in diversi luoghi dalla magnificenza de' Principi con questo solo divario, che dove questi lo fanno godere con generosità, in Venezia è fatto negozio, e non può correre con quel decoro, che corre nell'occasioni, in cui da' medemi Principi si celebrano spesso le Nascite, e gli sposalizij à maggior ostentamento della propria Grandezza. (pp. 377-78)

h. Capitolo IV: . . . Ora i Teatri sono capaci di poco numero di persone, in riguardo agli Antichi; di più, che in vece di scalinate, sono fabricati più ordini di Palchetti, la maggior parte à comodo de' Nobili; mentre le Dame vogliono stare smascherate in quelli, e godere tutta la libertà. Nel campo di mezzo s'affittano di sera in sera scagni, senza distinzione di persone, poiche l'uso delle Maschere leva la necessità del rispetto, che s'usava a' Senatori, e alle Matrone di Roma, che comparivano con maestà, volendo anco in questo Venezia, come nata libera, conservar à tutti la libertà. (pp. 387-88)

i. Se v'era figurato il precipizio di Fetonte, si facea piombar' dal Carro qualche misero condannato frà gli applausi Popolari. Lo stesso si facea, introducendosi Muzio Scevola, che abbruciasse la mano, e altre simili rappresentazioni volendo assuefare quel Popolo alle stragi, e agli orrori.

j. Oggi, però è introdotto il Teatro con la Musica, per sollievo dell'animo, e per una virtuosa ricreazione, vedendosi comparire Machine spiritose, suggerite dal Drama, che allettano molto fra le Pompe di Scene ed abiti, ch'appagano al sommo la curiosità universale. (p. 388 )

k. Capitolo V: . . . L'anno 1636. nacque generoso desiderio in alcuni miei amici, e compagni in Padova, di ordinar un Torneo; onde io per nobilitarlo maggiormente, presi per mano la Favola di Cadmo, e ne composi l'Introduzione, che fù poi posta in Musica nella forma, che comparve stampata in publica vista. Si fece à questo oggetto serrar un luogo spazioso contiguo à Pra della Valle, e con machine a Cavallo; come si rede in questi disegni, si perfezzionò un pomposo spettacolo. Fù numeroso il concorso di Nobiltà Veneta, di Cavalieri di Terraferma, e di Scolari dello Studio; mentre seguì la comparsa il mese d'Ottobre, destinato per ordinario al villeggiare. Sia stata la fortuna de' Cavalieri, che lo composero, o pure la bontà di chi intervenne, riuscì d'universal'applauso. . . . Di qui venne, che l'anno addietro con la protezione di più Nobili, s'unirono diversi Virtuosi professori della Musica, mediante i quali comparve l'anno 1637 nel Teatro di S. Cassiano l'Andromeda di Benedetto Ferrari Poeta, Musico, e Suonatore eccellente della Tiorba. (pp. 390-91)

l. E quello, ch'è più considerabile, la diversità de' prezzi alla Porta facilita maggiormente i concorsi. Poiche i Nobili, e Mercanti col comodo dell'entrate, e de' negotij, anno il modo di soddisfarsi continuamente, e il Popolo ancora col prezzo assai minorato di prima, come si dirà à suo tempo. (p. 392)

m. [Il Teatro della Musica è] avanzata a' segni incredibili della soddisfazione universale, che si compra à vil prezzo, già introdotto come si dirà à suo tempo da un privato fine di putrido interesse à pregiudizio della Virtù, che già caminava, e sù i Teatri de' Comici, e della Musica col suo decoro. (p. 394)

n. Sono erretti in questa Città quattro principalissimi Teatri, uno situato sù le Fondamenta nuove detto de' Santi Gio: e Paolo, per esser ivi vicino di Giovanni Grimani, che per esser prima


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fabricato di Tavole, e non tutto sopra il suo terreno, lo trasportò con prestezza incredibile in poca distanza sopra il suo fondo . . . facendolo erger tutto di pietra. (p. 396, quoting Martinioni)

o. Capitolo IX: Quanti Teatri siano stati, e sono al presente in Venezia, ed il tempo della loro comparsa. (p. 397)

p. Il primo fu aperto à San Cassiano in Corte Michela, dietro al Campanile. . . . Durò qualche anno; ma fabricatosene nella detta Contrada un'altro, ch'è quello, che al presente si trova degli Eredi di Carlo Andrea Tron, restò desolato il primo, ch'appena oggi convertito in alcuni compartimenti d'affittanze conserva qualche vestigio in ombra. Il presente dunque ha servito da recitar prima Comedie, e poi l'anno 1637. da rappresentar l'Andromeda, che fu il primo Drama, che si sentisse in Musica a Venezia. . . L'anno 1629 provò gravissimo incendio; fù però rimesso con prestezza. (p. 398)

q. Si recitò in quello [Teatro Novissimo] in Musica sino l'anno 1646, restando poi affatto distrutto, e il suo luogo era dove al presente è introdotta la Cavallerizza dietro a' Mendicanti verso le Fondamenta nuove. (p. 399)

r. L'undecimo à San Gio: Grisostomo eretto con mirabil prestezza l'anno 1678 da Gio: Carlo, e Abate Vincenzo fratelli Grimani d'Antonio, Nipoti, & eredi di Giovanni sudetto, mostrando in questo modo d'aver ereditata non meno la magnificenza cheil genio virtuoso, per cui rendono maggiormente cospicua la Nobiltà, e di stirpe, e d'animo. (p. 401)

s. Capitolo XII: . . . Molti Magistrati, che rappresentano la maestà del Dominio, vi anno la competente ingerenza. In ordine ache ogni anno sono tenuti i Principali del Teatro, a far istanza qualche giorno prima delle Recite al Magistrato de' Proveditori di Comune, accioche ordini al suo Architetto di portarsi all'osservazione dello stato d'essi Teatri; se le mura sono sussistenti, e se i Palchetti sono lontani d'ogni pericolo . . . e v'è di mezzo tempo opportuno in caso di bisogno d'applicarvi il dovuto rimedio. . . . Secondariamente non si può principiar la Recita, ne esporre in publico il cartello solito, se prima non si ottiene la licenza da' Capi dell'Eccelso Consiglio de' X, quale ottenuta la prima volta disobliga il Teatro d'ogni altra nuova licenza tutto quel Carnovale. Da questo supremo Tribunale per lo più si prescrive l'ora in cui debba terminar l'opera per il comodo universale. . . . Per ultimo lo Stampatore, che ottiene licenza da' Superiori di dar l'Opera alle stampe, come si pratica con altri libri; prima di vender i libretti stampati, è tenuto, a presentarsi a' Proveditori sudetti di Comune, per ricever la limitazione del prezzo a' medemi, e giusto la medema farne l'esito a beneficio di chi si dira a suo tempo. (pp. 405-7)

t. Capitolo XIII: La spesa, ch'è tenuto à fare il teatro. (p. 407)

u. Ne' principij de' Teatri non caminava il rigore de' prezzi; poiche avea i suoi riguardi la discrezione, e l'onestà, e venivano più gradite, e compatite le fatiche de' Virtuosi; dove al presente il genio è fatto così incontentabile, ch'è di necessità il perder in luogo di avanzare; e per lo più sopra tutti gli utili, che si cavano, si rimette considerabilmente per pagamenti eccedenti de' Musici. Dal principio bastavano due voci isquisite, poco numero d'arie per dilettare, poche mutazioni di Scena per appagare la curiosità; ora più si osserva una voce, che non corrisponda, che molte delle migliori c'abbia l'Europa. Si vorebbe, ch'ogni Scena del Drama caminasse con la mutazione, e che l'invenzioni delle Machine si andassero a ritrovare fuori del Mondo.

v. Queste sono le cause per le quali cresce ogni anno più la spesa; mà non cresce di già; anzi si diminuisce il pagamento alla porta, che pone a rischio d'impossibilitar la continuazione, se non si dà regola migliore alle cose correnti. (p. 408)

w. Capitolo XIV: . . . La . . . riuscita [dell'opera], o buona, o cattiva, dipende da mille accidenti per lo più originati da' giuochi stravaganti d'una ridicola fortuna, che ordinariamente suole sposarsi col giudicio del Volgo. (p. 410)

x. Capitolo XV: . . . L'utile della porta, ch'è fondamento principale dell'interesse, in vece di crescere si và diminuendo con evidente pregiudizio, e pericolo di tralasciarsi la continuazione di questo nobilissimo trattenimento. Il poco prezzo lieva il modo alla spesa considerabile delle pompe, introduce più facilmente il Volgo ignorante, e tumultuario, e fà perder il decoro à quella Virtù, che comparisce non meno per diletto, che per profitto. L'anno primo, che comparì in


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Venezia il Drama in Musica fù del 1637. Si limitò come onesta contribuzione il pagamento di lire quattro per bolletino, che serve di passaporta nel Teatro. Durò l'uso della medesma inalterabile, non ostante qual si sia fortuna sinistra incontrassero le recite fino l'anno 1674, e durerebbe ancora, se Francesco Santurini quell'anno col comodo del Teatro di San Moise preso ad affitto vantaggiosamente con le Scene, e Materiali, che servirono l'anno innanzi ad una generosità Accademica, e con una mediocre compagnia de' Cantanti non violava l'integrità dell'uso sudetto, con un quarto di ducato alla Porta. Questa novità vantaggiosa piacque all'universale; ond'egli allettato dal profitto, venendogli contrastata la continuazione del Teatro di S. Moise sudetto, pensò, e gli sortì di fabricar il Teatro di Sant'Angelo, col beneficio del regalo di Palchetti, ed aprirlo col prezzo medemo alla Porta l'anno 1677. . . . Gli esempij di novità s'abbracciano volentieri quando ridondano in beneficio. Un calo eccedente la metà allettò il concorso col pregiudicio de' Teatri soliti a ricever le lire quattro sudette, facendo, cheil famoso Teatro di San Giovanni, e Paolo, si riducesse doppo quaranta anni di così decorosa contribuzione al sudetto quarto l'anno 1679, e coll'esempio di lui l'anno 1680. quelli di San Salvatore, e di San Cassiano,

y. non rimanendo altro al prezzo primiero, cheil Novissimo di S. Gio. Grisostomo; dove si vede impiegata tutta la magnificenza maggiore da' sudetti fratelli Grimani. (pp. 411-12)

z. Capitolo XVI: . . . Dal principio, che comparve il Drama in Musica sui Teatri di Venezia, era contento l'Autore di quella Gloria, che gli sortiva dall'Applauso.

aa. Col progresso di tempo il numero de' Teatri, non trovando così facilmente l'incontro; perche in quei principij pochi erano i compositori; cominciò a dar qualche regalo per allettar maggiormente i genij Poetici alle fatiche del Drama,

bb. che non era aggravato da tanti riguardi, che si praticano al presente. Ogni assunto serviva, ogni intreccio era gradito, ogni frase era ammirata; come si vede in ogni genere di cose, quando compariscono di nuovo. Oggidì s'ascrive a gran miracolo, se la incontrano le più bizzarre, e peregrine invenzioni, disposizioni, & elocuzioni; tanto sono svogliati, e fatti incontentabili gli animi delle delicie più soavi della Virtù. A questa causa fu introdotto l'uso, che tuttavia si pratica di lasciar all'Autore del Drama per premio delle sue fatiche tutto quello si cava dalla vendira de' libretti stampati a sue spese, e dalla Dedicatoria, che si fa a sua libera disposizione, e quest'utile dipende dalla riuscita del Drama, (pp. 413-14)

cc. Capitolo XVIII: . . . Il Teatro è stato prima, e sarebbe ancora di gran bene, se si conservasse il decoro della sua prima origine, se l'abuso non avesse luogo, e se i genii si temprassero di miglior sentimento. (p. 422)

dd. Capitolo XIX: Nacque l'introduzione de' Drami in Musica, come s'è detto, l'anno 1637 sotto il Principato di Francesco Erizzo, e in tempo, che la Republica godea una tranquilissima pace. E' dover dunque un trattenimento si virtuoso, e dilettevole, introdotto a' giorni nostri di registrare con esattezza di tutte le notizie più degne; acciochè la memoria non termini col suono degli stromenti, e delle voci, come già fece quella delle Tragedie, e d'altre Rappresentazioni Teatrali di Roma, di cui non fù chi con diligenza pari alla presente informasse la Posterità, che ne vive affatto all'oscuro, e che non resti sepolta fra l'ombre allo smorzar de' lumi, che l'accompagnano. Una memoria si degna, che obliga a renderla cospicua, e segnalata, gl'ingegni più elevati con le invenzioni più curiose, e nobili, che uscissero giammai alla vista degli uomini merita d'esser depositata all'immortalità; onde in ogni tempo apparisca il merito della Virtù ad esempio, ed eccitamento di chi n'avrà genio d'esercitarla à sua maggior gloria. A queste Memorie Teatrali di Venezia siegue per tanto un Catalogo generale, in cui dall'anno 1637 . . . fino a quest'anno 1681 si farà distinta, e puntuale menzione . . . l'anno . . . il Teatro . . . il titolo del Drama . . . il nome dell'Autore, e . . . quello del Compositore di Musica. (pp. 423-24)

ee. La prima [tavola] sarà di tutti i titoli de' Drami, e gioverà il sapergli a chi compone, per ischivargli, o pure per diversificare gli assunti sovra le azioni del Protagonista, com'è praticato Ercole con più titoli, Alessandro, e Pompeo. La seconda sarà di tutti i nomi degli Autori, che gli anno composti. La terza di tutti i nomi de' Compositori di Musica. . . . Gioveranno parimenti queste Tavole a molti, che averanno spirito, e talento per intraprender con la fatica virtuosa le


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carriere d'un Aringo si Iodevolmente battuto dalle prime, e più rinomate Penne della Republica Letteraria. (p. 424)

ff. Capitolo Ultimo: . . . Dalla lettura de' Drami citati dalle presenti Memorie nel Catalogo, risulterà appresso i Posteri la lode degli Autori, meglio, che non è risultata nel tempo delle Recite per più cause. (p. 425)

gg. Varie sono le cause, e stravaganti gli accidenti, che accompagnano il Drama sulla Scena, ogni uno de' quali è bastante a dare, e negare l'applauso all'Autore. Di già si sono veduti alcuni Drami di tutto merito contrariati dalla Fortuna con molto stupore di chine professò la cognizione, o perche fosse ordinaria la scelta de' Cantanti, o debolezza di Musica, o mancanza di machine, o imperfezione di Scene, o povertà d'abiti, circostanze tutte fuori della colpa dell'Autore, e nulladimeno ogn'una pregiudiziale alla riuscita; dove all'incontrario alcuni Drami ripieni di difetti mostruosissimi, e per disposizione, e per elocuzione incompatibili, sono stati favoriti dal concorso, o per una voce di nuovo sentita, o per una Musica di metro bizzarra, o per una machina di stravagante invenzione; in somma parendo, che la fatalità per lo più concorresse a favorire i meno meritevoli. Quindi avverrà, che dalla lettura de' Drami citati nel Catalogo delle presenti Memorie, potranno sperare quei Virtuosi, ch'anno affaticato nobilmente l'ingegno, dal giudizio dispassionato de' Posteri la dovuta lode; meglio, che da quello di chi al presente glielo nega per natural'inclinazione, che s'ha d'invidiar la fama d'Uomini insigni, mentre vivono, e di lodarli mentre muoiono.

hh. Considerazioni diverse intorno a' teatri, a' drami, ed agli abusi correnti: . . . Si fanno furti non solo degli Accidenti più ingegnosi; ma anche dell'ariette, e di versi interi, cosi, che talvolta si adoperano pretesti d'amicizie, artifizii di apparenti confidenze, ne v'è più strada sicura di potersi fidare. (pp. 428-29)

ii. Con una libertà indiscreta si comincia a far Notomia della medema [il libretto], e col capriccio di pochi, che pretendono di formar giudizio universale, si lacera, si smove, e si scompone il modello, s'urta l'Invenzione, si difforma la Disposizione, e peggiora l'Elocuzione, in tal guisa, che viene ad esporsi in publico un parto difforme, com'era la statua in Atene. Passando poi alla considerazione della riuscita, equal si può sperare da un componimento disordinato da tante alterazioni? Non v'è scrupolo se s'incorra negli Anacronismi. . . Non v'è difetto, se la Storia, o la Favola si diversifichi. . . .

jj. Si stima picciol'errore, che con lo stile medesimo si dica l'Eroico, ed il ridicolo; cheil patetico, ch'è l'anima del Drama, si ristringa, che l'ariette occupino il luogo del recitativo necessario. (p. 430)

7. GIOVANNI MARIA CRESCIMBENI , La bellezza della volgar poesia (Rome: Buagni, 1700)

Giacinto Andrea Cicognini intorno alla metà di quel secolo . . . introdusse i Drammi col suo Giasone, il quale per vero dire è il primo, e il più perfetto Dramma, che si trovi; e con esso portò l'esterminio dell'Istrionica, e per conseguenza della vera, e buona Comica, e della Tragica stessa; imperciocchè per maggiormente lusingare colla novità lo svogliato gusto degli spettatori, nauseanti ugualmente la viltà delle cose Comiche, e la gravità delle Tragiche, l'inventor de' Drammi unì l'una, e l'altra in essi, mettendo pratica con mostruosità non più udita tra Re, ed Eroi, ed altri illustri Personaggi, e Buffoni, e Servi, e vilissimi uomini. Questo guazzabuglio di personaggi fu cagione del total guastamento delle regole Poetiche, le quali andarano di tal maniera in disuso, che nè meno si riguardò più alla locuzione; la quale, costretta a servire alla musica, perdè la sua purità, e si riempiè d'idiotismi. Fu tralasciato il maneggio regolato delle figure, che nobititano l'orazione, che si restrinse per lo più dentro i termini del parlar proprio, e famigliare, il quale è più adattato per la musica; e finalmente il legame di quei piccoli metri, appellati volgarmente Ariette, che a larga mano si spargevano per le scene, e la strabocchevole improprietà di fare altrui parlar cantando, tolsero affatto da i componimenti la forza degli affetti, e l'artifizio di muovergli negli ascoltanti. (pp. 106-7)


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